11) Hegel. La storia  manifestazione di Dio.

Per Hegel quella che la gente ha chiamato Provvidenza divina  in
verit la Ragione [a questo punto sembra arrivato il momento di
scrivere la parola con la maiuscola] che governa il mondo.
Conoscere Dio  quindi possibile ed  il compito della filosofia.
Il cristianesimo ha rivelato che Dio si manifesta nella storia e
la filosofia ha il dovere di comprendere col pensiero ci che si 
manifestato al sentimento e all'intuizione. Hegel osserva anche
che questa dottrina della Provvidenza si oppone all'esistenza del
caso o di fini limitati nella storia. Infine la tri-unit
dialettica di Dio pone il cristianesimo al vertice delle religioni
ed  di grande aiuto per la filosofia stessa.
G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia (pagine 453-
456).

Ma, parlando dell'esigenza di conoscere il piano della divina
provvidenza, io ho insieme alluso a un problema che ai nostri
tempi ha importanza primaria, e cio a quello della possibilit di
conoscere Iddio _ o meglio, giacch ha cessato di esser un
problema, alla tesi dell'impossibilit di conoscerlo, che 
diventata pregiudizio e che contrasta con ci che la Sacra
Scrittura comanda come dovere supremo, quando ordina non solo di
amare Iddio, ma anche di conoscerlo. Tesi che nega ci che ivi
appunto vien detto, e cio che  proprio lo spirito che guida alla
verit, che conosce tutte le cose e penetra anche le profondit
del divino.
La fede ingenua pu rinunciare a un esame pi particolare, e
arrestarsi all'idea generica di un governo divino del mondo. Chi
fa cos non merita biasimo, finch la sua fede non divenga
polemica. Ma ci si pu anche attenere non ingenuamente a questa
idea, e tale principio generale pu, proprio per la sua
generalit, avere anche uno speciale significato negativo, nel
senso che l'essere divino venga tenuto a distanza e confinato al
di l del mondo e del sapere dell'uomo. In tal modo ci si riserva,
d'altro canto, la libert di allontanare l'esigenza di conoscere
ci che sia vero e razionale, e si acquista la comoda facolt di
dare libero campo alle proprie fantasie. In questo senso, quella
rappresentazione di Dio diventa una vuota chiacchiera. Se Dio vien
posto al di l della nostra coscienza razionale, noi siamo
dispensati tanto dall'occuparci della sua natura quanto dal
trovare una ragione nella storia del mondo; campo libero hanno
allora le ipotesi. La pia umilt sa bene ci che acquista con le
sue rinuncie.
Avrei potuto tralasciar l'avvertenza che il nostro principio,
secondo cui la ragione governa e ha governato il mondo, viene
espresso in forma religiosa nell'idea del dominio della
provvidenza, per evitare l'accenno alla questione concernente la
possibilit di conoscere Dio. Tuttavia non ho voluto tralasciarla,
sia per far notare le connessioni ulteriori di tali argomenti,
sia, anche, per evitare il sospetto che la filosofia esiti o debba
esitare di fronte alla menzione delle verit religiose e perci le
scansi, e proprio per non avere, rispetto ad esse, la coscienza
tranquilla. Si  giunti piuttosto, in tempi recenti, al punto che,
contro certa specie di teologia,  la filosofia che deve prendersi
cura della materia religiosa.
Si pu, come si  detto, sentir spesso tacciare di presunzione il
desiderio di conoscere il piano della provvidenza. In ci  da
vedere il portato dell'idea, ormai quasi universalmente passata in
assioma, che non si possa conoscere Iddio. E se  la teologia
stessa che  giunta a disperare cos,  necessario rifugiarsi
proprio nella filosofia, quando si voglia conoscere Iddio. Certo,
viene imputato alla superbia della ragione il voler sapere
qualcosa in proposito. Ma piuttosto si deve dire che la vera
umilt consiste appunto nel riconoscere Iddio in tutto, nel
tributargli onore dappertutto, e principalmente nel teatro della
storia universale. Una tradizione che ci si tira dietro  quella
che la saggezza di Dio vada riconosciuta nella natura. Cos fu di
moda, un tempo, l'ammirare la sapienza divina in animali e in
piante. Si mostra di conoscere Iddio facendo meraviglie di destini
umani o di prodotti della natura. Ora, anche concesso che la
provvidenza si manifesti in tali oggetti e materie, perch non si
manifester anche nella storia del mondo? Questa materia parrebbe
forse troppo grande? Vero  che, nel fatto, s'immagina di solito
la provvidenza come agente solo nel piccolo, e la si pensa come un
uomo ricco, che distribuisce elemosine agli uomini e provvede per
essi. Se per si crede che la materia della storia universale sia
troppo vasta per la provvidenza, si erra, perch la sapienza
divina  una e medesima, nel grande e nel piccolo. Nella pianta e
nell'insetto essa  tale quale nei destini d'interi popoli e
imperi, e non dobbiamo ritenere Iddio troppo debole per adoperare
la sua sapienza in cose grandi. Quando si pensa che la sapienza
divina non agisca dappertutto, la sfiduciata umilt di tale
considerazione dovrebbe concernere la materia dell'azione, non la
sapienza agente. La natura d'altronde, a paragone della storia, 
un campo d'azione subordinato. La natura  la sfera in cui l'idea
divina si prova nell'elemento dell'aconcettualit; nello
spirituale essa  invece nel suo proprio terreno, e ivi appunto
dev'essere conoscibile. Armati del concetto della ragione, noi non
dobbiamo esitare di fronte a nessuna materia [_].
Nella religione cristiana Dio si  rivelato, cio ha concesso agli
uomini di conoscere la sua natura, in modo da non esser pi
qualcosa di chiuso, di segreto. Questa possibilit di conoscere
Iddio importa per noi anche il dovere di farlo, e lo sviluppo
dello spirito pensante, che ha avuto origine da questa base, dalla
rivelazione dell'essere divino, deve riuscire in ultimo a
concepire anche col pensiero ci che inizialmente si  presentato
allo spirito nel sentimento e nell'intuizione. Se il tempo sia
maturo per tale conoscenza,  cosa che deve dipendere dalla
condizione che ci che  scopo finale del mondo sia entrato
finalmente nella realt in modo universalmente valido e
consapevole. Ora, l'eccellenza della religione cristiana consiste
nel fatto che con essa  giunta questa et: fatto che, nella
storia del mondo, fa assolutamente epoca, cio segna il pi
importante punto di svolta. E' divenuto manifesto quel che sia la
natura di Dio [_].
Nel cristianesimo  dottrina fondamentale che la provvidenza abbia
governato e governi il mondo, che quel che in esso avviene abbia
il suo posto determinato nel regime divino e gli sia conforme.
Questa dottrina si oppone all'idea del caso e dei fini limitati,
come pagina es. quello della conservazione del popolo ebreo. E' lo
scopo affatto universale e finale, esiste in s e per s. Nella
religione non si procede oltre questa idea generale: essa infatti
si arresta al piano della generalit. Ma il punto di partenza da
cui bisogna muovere per giungere alla filosofia e alla filosofia
della storia  appunto questa fede generale, che la storia  un
prodotto della ragione eterna, e che  stata questa a determinare
le sue grandi rivoluzioni.
Si deve dire quindi che, anche in senso assoluto,  giunto il
tempo in cui questa convinzione, questa certezza, potr non
rimanere soltanto nello stadio dell'intuizione, ma esser pensata,
sviluppata, conosciuta, in una determinata scienza [_].
Nel cristianesimo, invece, Dio  rivelato come spirito, e infatti
esso  in primo luogo Padre, Potenza, un universale astratto, che
 ancora velato; in secondo luogo  oggetto a se stesso, un Altro
da se stesso, qualcosa che si sdoppia, il Figlio. Questo altro da
se stesso  per, con eguale immediatezza, lui stesso; egli vi sa
se stesso e vi si contempla _ e appunto questo sapersi e
contemplarsi , in terzo luogo, lo Spirito stesso. Cio, la
totalit  lo spirito, non l'uno n l'altro momento per s solo.
Dio, espresso nel modo del sentimento,  l'eterno amore, questo
aver l'altro come suo proprio. E' per questa triunit che la
religione cristiana sta pi in alto delle altre religioni. Essa vi
costituisce l'elemento speculativo, ed  sua merc che la
filosofia trova anche in essa l'idea della ragione [_].
Ci che altrimenti ha il nome di realt vien considerato dalla
filosofia come qualcosa d'inconsistente, che pu avere
un'apparenza, ma che non  reale in s e per s. Questa nozione
serve, per cos dire, di conforto contro l'idea dell'assoluta
infelicit e stoltezza di quanto  accaduto. Il conforto per non
 che il compenso per un male che non avrebbe dovuto accadere, ed
ha il suo luogo nella realt finita. La filosofia non  quindi un
conforto: essa  di pi, essa riconcilia il reale, che sembra
ingiusto, col razionale, lo trasfigura in esso, fa vedere come
esso abbia il suo fondamento proprio nell'idea, e come debba
perci soddisfare la ragione. Il divino  infatti nella ragione.
Il contenuto che sta a fondamento della ragione  l'idea divina, 
essenzialmente il piano di Dio. Concepita come storia del mondo,
pari all'idea non  la ragione nella volont del soggetto, ma solo
l'attivit di Dio. Ma, nella rappresentazione, la ragione  il
percepire l'idea; anche etimologicamente,  il percepire ci che 
espresso (Logos) _ cio il vero. La verit del vero, questo  il
mondo creato. Dio parla; egli esprime solo se stesso, ed  il
potere di esprimersi, di rendersi percepibile. Ed  la verit di
Dio, la sua immagine, che viene percepita nella ragione. La
filosofia tende quindi ad affermare che ci ch' vuoto non  un
ideale, che tale  solo ci ch' reale: _ essa mira a che l'idea
si renda percepibile.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciottesimo, pagine 599-600, 602-603, 610 e 626.
